Le Marocchinate

Aggiornato il: giu 17


L’odio per qualcuno ha sempre una sua origine; vi racconto da dove nasce quello italiano per imarocchini, scemato poi nel tempo ma con una radice ben piantata, specie in certe zone dell’Italia e nella mente di molti anziani.


7 mila soldati marocchini,

furono i protagonisti di questo racconto e delle violenze fra l’aprile e il giugno del 1944 in una zona fra le province di Latina e Frosinone. Venivano chiamati “Goumiers”ed erano una divisione speciale del Cef (Corps expéditionnaire français en Italie).

I Goums Maroucains,

(questo era il loro vero nome) erano guerrieri berberi originari delle montagne dell’Atlante (Marocco), capaci di muoversi con agilità nelle battaglie montane. Erano organizzati in goums, dall’arabo “qum” (banda, squadrone), reparti di circa 200-300 uomini spesso legati fra loro da vincoli di parentela. Il loro comandante era il generale francese Augustin Guillaume, mentre a guidare l’intero Cef c’era il generale algerino Alphonse Juin.


Vestiti alla meglio,

con sandali invece degli stivali, mantelli di lana con cappuccio (“bourms”) e turbante al posto della divisa; oltre a mitra e pistole, portavano tutti la “koumia”, il pugnale ricurvo col quale combattevano, decapitavano e mutilavano i nemici, collezionandone le orecchie.


Furono decisivi per la presa di Roma da parte degli alleati,

ma perché? Bloccati a Cassino, gli angloamericani decisero di appoggiare la proposta del generale algerino Juin: aggirare la linea di difesa tedesca (la “Gustav”) passando per i monti Aurunci, sfruttando la destrezza e la ferocia in combattimento dei Goumiers. Ferocia nota ai tedeschi, i quali preferivano buttarsi dalle alture piuttosto che finire mutilati e massacrati dalle truppe marocchine.

Sconfitti i nazifascisti, i Goumiers ottennero in premio quello che nell’antico diritto internazionale di guerra era il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio alle truppe che avevano vinto la battaglia. L’orrore come ricompensa.


I fatti

Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti.

Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata.

A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi.

Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”.

I numeri delle vittime non sono certi,

alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila.

E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio d’infamia della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree rese letali dalla povertà e dalle scarse condizioni d’igiene. L’onorevole Rossi cercò di portare in Parlamento anche il loro dramma: A Vallecorsa, non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue. A Contrada Monte Lupino, il 27 maggio 1944 Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni viene violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata. A Contrada Farneta, Rossi Elisabetta di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate. Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre! Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate. Pare che la madre non abbia ancora ricevuto la pensione; ha altri otto figli e il marito è disoccupato.

Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via immediatamente dai francesi. Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso. A Vallecorsa, Luigi Mauri fu Martino muore il 26 maggio 1944 in contrada Lisano nel tentativo di difendere l’onore della moglie Lauretti Assunta e delle sue quattro figliole. Ancora a Vallecorsa Antonbenedetto Augusto fu Cesare cade il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere l’onore della moglie Nardoni Margherita.


Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944, in contrada Santa Lucia, avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto, ma prima di essere ucciso è egli stesso seviziato. Sacchetti Antonio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Michele, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele di Agostino sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso: quali rappresaglie vengano inflitte è facile immaginare. Testimoni parlano di partite di calcio fra Goumiers con le teste decapitate dei civili. I comandi francesi, davanti alle proteste del popolo, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia. Quindi non si presero alcuna responsabilità né tentarono di fermarli. Frasi del genere le abbiamo sentite anche noi recentemente, pronunciate dall'avvocato del Comitato pari opportunità della Corte d’appello di Salerno, Carmen Di Genio:

“Gli africani non sanno che non devono violentare le donne sulla spiaggia”

Adesso avete capito da dove arriva questo nostro “fastidio” per il diverso, specie se è Nord Africano?

Pensateci cosa possono aver passato quelle popolazioni in quei due mesi e se volete chiamateli razzisti.

Scritto da Andrea Zoli


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